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La Tragedia del Korosko, di Arthur Conan Doyle, 13LAB Editore

 


Non c'è solo Sherlock Holmes nelle opere di Arthur Conan Doyle che meritano di essere (ri)scoperte. Ci sono storie di fantascienza e d'avventura che nulla hanno da invidiare agli autori più moderni e che rilette oggi sono ancora in grado di emozionare.

Universalmente ricordato come il creatore del primo investigatore privato della letteratura o almeno quello che, dopo il Gordon Pym di Edgar Allan Poe, ha definito le caratteristiche salienti di un genere. Doyle con Sherlock Holmes ha creato un personaggio divenuto tra i più popolari di sempre, tanto da essere poi trasposto anche in mille altre derivazioni, dagli apocrifi ai fumetti, dal cinema alla televisione, fino al teatro e ai video games.

Ma sebbene il ciclo di Sherlock Holmes resti l'opera più significativa di Sir Doyle, rinunciare ad approfondire il resto della produzione di questo magnifico e prolifico autore sarebbe un errore. Soprattutto nel campo della narrativa fantastica e d'avventura il suo contributo è stato determinante. 

Un esempio è certamente LA TRAGEDIA DEL KOROSKO, romanzo d'avventura riportato in libreria da 13LAB EDIZIONI. 

L'ambientazione esotica, nello specifico il deserto tra Egitto e Libia, un gruppo di protagonisti eterogeneo e ignaro del pericolo che incombe sulle loro vite e la crudeltà del nemico, che in fondo appartiene solo ad un sistema di valori differente da quello occidentale, per sottolineare lo scontro tra due civiltà incapaci di comprendersi e rispettarsi reciprocamente.

È questa l'essenza del romanzo di Doyle, un meccanismo narrativo riuscitissimo perché, se da un lato mette in campo il fascino dell'avventura, in un fluire costante di azione e dramma, dall'altro coniuga un verismo storico che colpisce per la sua schiettezza e apartiticità.

LA TRAGEDIA DEL KOROSKO è ambientato in pieno colonialismo, quando l'Inghilterra poteva ancora dirsi una potenza mondiale capace di estendere i propri domini ben oltre gli attuali confini, soprattutto in Medio Oriente, dove un apparente integrazione con le popolazioni autoctone ha generato effetti nefasti visibili ancora oggi.

Il contesto politico e culturale descritto nel romanzo non può non colpire il lettore per la sua sorprendente (e, per certi versi, inquietante) attualità. Le dinamiche tra le popolazioni locali e gli inglesi raccontate da Doyle sono le stesse che oggi riempiono le pagine dei giornali e i talkshow televisivi ogni qualvolta si torna a parlare della “questione mediorientale”. Poco importa che si tratti di Egitto e Libia, come nel caso di questo romanzo, o di Afghanistan, Iran e Siria per ciò che ci riguarda più da vicino. Lo scontro e le ragioni che lo hanno determinato sono le stesse e Conan Doyle le racconta per tutto il romanzo (soprattutto nel primo capitolo) con lo stile tipico del cronista in cerca della verità e lontano da una vera forma di schieramento verso l’una o l’altra parte.

Nel romanzo gli inglesi sono visti e rappresentati per ciò che erano, dei colonialisti invasori, la cui arroganza li portava a considerare terre come l’Egitto ameni luoghi di villeggiatura. Allo stesso modo i dervisci non sono banalizzati e in loro l'autore riconosce tutto il valore di un popolo che percepisce lo straniero come un invasore da scacciare con ogni mezzo, anche con la violenza più estrema.

Ma lungi dal voler raccontare una storia meramente politica, Doyle mette in scena un’avventura esotica, con i protagonisti ignari viaggiatori sulle tranquille anche del Nilo, almeno finché l'inaspettato pericolo non giungerà a stravolgerne il cammino.

Doyle racconta la vicenda secondo il proprio stile, che è poi quello tipico del romanzo vittoriano, sviluppando la trama secondo una progressione geometrica ben definita. All'inizio si ha quasi la sensazione di essere al cospetto di un giallo, con i protagonisti immersi nei lusso del battello che attraversa le acque del Nilo. Da un momento all'altro potrebbe esserci il tipico delitto da risolvere con l'ingegno di un poliziotto improvvisato, in una sequenza di interrogatori e indizi da svelare. Invece la trama cambia completamente, assumendo i connotati dell'avventura più pura, fatta di assalti all'arma bianca, tentativi di fuga tra antiche rovine e inseguimenti nel deserto, mentre il sole brucia la pelle ed erode la speranza.

La traduzione di Daniele Cassis per 13LAB EDIZIONI è estremamente efficace nella sua capacità di mantenere intatto lo stile tipico di Doyle, ma senza rinunciare ad una certa modernità che rende la lettura realmente piacevole. E l'edizione proposta dalla casa editrice milanese, in un comodo formato tascabile, garantisce grande piacevolezza anche nella lettura prolungata grazie alla scelta di un font che non stanca.

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