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A Brian May il documentario su Freddie Mercury di Channel 5 non è piaciuto



No, non c’è davvero di ché stupirsi se a Brian May il documentario “The Freddie Mercury Story: Who Wants To Live Forever” trasmesso un paio di giorni fa dalla rete inglese Channel 5 non è piaciuto. Nessuna sconvolgente rivelazione dunque e nessuna sorpresa per qualcosa che potevamo considerare scontata, assolutamente prevedibile.


Fin da quando i Queen hanno stretto attorno a Freddie un vero e proprio cordone di sicurezza, una sorta di diga invalicabile che li ha portati fino al Novembre del 1991 a negare sempre e comunque qualsiasi illazione sul suo stato di salute, è stato chiaro che Brian, Roger e John non avrebbero mai smesso di tutelarne la privacy, anche postuma.

Se c’è un motivo per il quale il famigerato biopic (ora finalmente partito grazie al regista Bryan Singer) è rimasto in sospeso per così tanto tempo è proprio la circostanza che i Queen (e la famiglia di Freddie) hanno fatto tutto il possibile per difendere il lato più privato della sua esistenza, per fare in modo che l’aspetto scandalistico di una vita che fu certamente sopra le righe possa in qualche modo sminuire l’artista. È quello che avrebbe voluto Freddie. E’ ciò che desideriamo anche noi fan.

Il documentario in questione è stato visto da parecchi fan e tutti (o quasi) sono concordi nel lodare l’interpretazione di John Blunt, chiamato a smettere i panni del cantante della cover band inglese dei KillerQueen e indossare quelli ancora più complicati dell’attore. E’ stato un Freddie davvero credibile, soprattutto nella fisicità, riuscendo a mettere sullo schermo un’interpretazione davvero valida. A John Blunt quindi va riconosciuto un merito che, tuttavia, va ben oltre i contenuti del documentario.

Come ha spiegato lo stesso Brian May, i Queen e la famiglia di Freddie hanno fatto il possibile per bloccare il progetto, ma Channel 5 è andata comunque avanti e adesso la speranza del chitarrista è che il filmato sparisca rapidamente, consumato nell’oblio dell’indifferenza. Troppi aspetti scandalosi, troppo forte il voler scavare nel privato di Freddie perché questo prodotto potesse piacere ai Queen. Questo è un dato di fatto con il quale occorre fare i conti, soprattutto quando il biopic arriverà sullo schermo. È una sorta di linea guida che ci fa capire sin d’ora quale sarà il taglio della pellicola: la celebrazione dell’uomo certo, ma soprattutto dell’artista.

Personalmente la ritengo una buona visione, anzi la migliore possibile. Sarà per questo che libri e documentari vari mi annoiano il più delle volte, anche se dotati di contenuti attendibili. Il fatto è che conoscere gli amanti di Freddie o scandagliare le sue notti brave non mi interessa e, il più delle volte, mi disturba. Perché gli artisti sono grandi finché gli ammiri da una certa distanza. È un po’ come per le stelle, meravigliose se osservate da qui, terrificanti se ci finisci contro.


Naturalmente non è possibile condannare chi, al contrario, ama questo tipo di lavori e ha apprezzato il documentario in questione. È comunque un modo per approfondire, conoscere e farsi un’idea più precisa di chi fosse Freddie Mercury. Ma con un’avvertenza che è, come sempre soprattutto un punto di vista personale: ricordate che Freddie si è offerto a noi attraverso la sua musica. Su tutto il resto ha tenuto la porta chiusa, sbattendola in faccia ai giornalisti e a tutti coloro che hanno cercato di rubare pezzi del suo privato. Forse, da parte nostra, sarebbe giusto fare altrettanto. Ma se proprio non potete resistere alla tentazione, cercate su Youtube e in rete: il documentario è ancora online.

(Leggi le parole di Brian May sul documentario: CLICCA QUI)


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