Il mio incontro con Brian May e Kerry Ellis


Onde gravitazionali, buchi neri, vecchie DeLorean modificate e flussi canalizzatori, H. G. Wells. Sono strani i pensieri che mi affollano la mente mentre osservo l'enorme dipinto che campeggia nell'atrio dell'Auditorium. Si intitola Cosmosi e accoglie i visitatori con un caleidoscopio di colori, stelle e pianeti che sembrano danzare all'inizio del tempo, quando tutto era ancora caos in cerca di una forma, di una compiuta definizione.


E' il 28 Febbraio e sono a Roma. È una fredda domenica di pioggia e vento e tra pochi minuti verrò accompagnato all'interno del teatro, dove solitamente non è consentito l'accesso, e finalmente incontrerò Brian May. Guardo gli astri dipinti e sorrido, consapevole delle connessioni che ho davanti agli occhi: la mia avventura in rete è iniziata poco prima che i Queen pubblicassero The Cosmos Rocks e Brian è, come artista e scienziato, l'uomo delle stelle.
Ma c'è di più. Osservare lo spazio significa gettare uno sguardo dritto nel passato. La volta celeste è un'immensa macchina del tempo, i cui misteriosi ingranaggi scorrono al contrario e mi riportano indietro, dove tutto è iniziato. Mentre attendo di sapere come si svolgerà l'incontro, le lancette si fermano, vibrano e iniziano la loro corsa all'indietro. Sono da solo adesso, con i miei ricordi.

Quest'anno saranno trent'anni che ascolto i Queen. La prima volta è successo nel 1986 e anche quella era una domenica, ma di inizio estate, con un sole caldo che penetrava attraverso le finestre e illuminava il soggiorno. Nel grosso impianto stereo girava una cassetta. Qualcuno l'aveva data ai miei fratelli, assicurando loro che si trattava di grande musica. Funzionava così all'epoca: ci si affidava al suggerimento, al passaparola, a un'intuizione che andava oltre le apparenze di una copertina bianca su cui potevi solo scrivere il nome dell'artista e i titoli delle canzoni. Pochissime informazioni che accendevano la curiosità. Forse era questo che rendeva la musica un'esperienza che ti restava addosso, non un brivido passeggero ma una risonanza destinata a perdurare. Avevo appena dieci anni e quella prima volta mi è rimasta addosso, ha scavato anno dopo anno, canzone dopo canzone, disegnando nella mia anima dei solchi che, come le spire di un vinile, giungono al cuore, il centro attorno a cui tutto ruota.
Più di ogni altra cosa, mi resta il ricordo del giorno successivo quando, appena arrivato a scuola, passai il tempo a girare tra i miei compagni di classe per annunciare che da quel momento la mia band preferita sarebbero stati i Queen. Fu una dichiarazione d'amore credo, una di quelle cose che a dieci anni fai inconsapevolmente, spinto da una qualche forza interiore che apre la strada, semina e fa germogliare sogni e desideri. È una via senza destinazione e nemmeno puoi immaginare quanto sarà lunga. Non ci pensi al futuro. Ti basta solo ascoltare quella voce e quegli strumenti e ciò che potrà accadere dopo trent'anni è un presente a cui ti pare impossibile poter credere.

Quando il piccolo gruppo di fans (in tutto siamo otto persone) viene radunato per consegnarci i pass, semplici pezzi di carta che però pesano quanto un'intera discografia stretta in pugno, abbandono i ricordi e mi concentro su quanto sta per accadere.
Provo a scattare qualche foto per essere sicuro che il cellulare funzioni correttamente e invio un messaggio. La risposta “tranquillo, andrà tutto bene”, placa il temporale che ho dentro. L'attesa dura pochi minuti, il tempo sufficiente a scambiare qualche parola tra di noi e con gli altri amici a cui nel frattempo ho rivelato cosa sto per fare. Loro mi circondano, mi offrono sorridi e raccomandazioni. In qualche modo li porterò con me e anche questo mi riempie di energia.
Stento a credere alla mia voce mentre pronuncio la frase “Brian ha accettato di vedermi” e altre parole simili, che ripeto soprattutto per convincere me stesso. Non temo possa trattarsi di un sogno, ma la paura che un imprevisto dell'ultimo minuto possa far saltare tutto è un tarlo che non vuole andare via. Di questa opportunità ho saputo solo un paio d'ore prima di partire e all'improvviso la convinzione di stare per assistere “solamente” a un concerto è diventata l'incredulità di poter stringere la mano e abbracciare Brian.
I sorrisi che scambio con chi sarà con me in questo evento sono sinceri eppure tirati come corde. Nei loro occhi vedo la stessa tensione che deve esserci nei miei. Forse è per questo che evito di fissare chi mi sta attorno e noto che anche gli altri fanno la stessa cosa. Forse c'è anche la paura irrazionale che tutto possa sfumare anche solo per un gesto sbagliato o una parola detta fuori posto, come se fossimo tutti aggrappati ad una formula magica che va pronunciata nella giusta seguenza. In questo momento mi sento come il rigorista che deve prendere il pallone tra le mani e dirigersi verso la porta. Le voci e i volti che ho attorno sfumano di continuo. Mi aggrappo ancora ai messaggi che ricevo sul telefono e alle occhiate degli amici. Per fortuna non c'è tempo di pensare, di fare calcoli e ragionamenti. Adesso dobbiamo seguire le persone che ci scorteranno all'interno dell'Auditorim. Chi era con me un anno fa a Milano mi guarda e mi sussurra parole di incoraggiamento e io capisco che anche per affrontare le cose belle della vita servono forza e determinazione.

Attraversiamo una serie di atrii e il nostro piccolo drappello incontra Pete Malandrone. Sorride e ci saluta. Forse sa cosa stiamo per fare e immagina la nostra emozione mentre lui sta probabilmente lavorando per mettere a punto tutta la strumentazione di Brian. Infine ci ritroviamo di fronte ad una vetrata, di quelle anonime e prive di indicazioni. Un ultimo controllo ai nostri pass e infine siamo dentro. Ci sono altri corridoi da percorrere, un ascensore da prendere e altri ambienti da superare. Aumento il passo eppure il tempo continua ad insistere nel volermi riportare indietro. Davanti agli occhi mi scorrono le immagine di tutti gli album dei Queen e sulla pelle sento scorrere ancora una volta le emozioni che solo questa musica è in grado di donarmi. Chi è con me, ne sono convinto, sta facendo la stessa cosa.
Siamo tutti carichi dei nostri pensieri mentre veniamo condotti fino ad un piccolo ambiente dove capiamo avverrà l'incontro, a pochi metri dai camerini. Ci viene chiesto di restare tranquilli e attendere qualche minuto, in modo da effettuare le ultime verifiche e annunciare la nostra presenza. C'è giusto il tempo di guardarsi attorno, di cercare una posizione in uno spazio che adesso mi sembra privo di punti di riferimento. Il nodo allo stomaco pulsa con forza, eppure essere finalmente dentro ha annullato ogni dubbio e tutte le paure sono svanite come succede alla nebbia quando spunta il primo sole del giorno. Sono qui, sta succedendo per davvero. Ho molti grazie a cui pensare e li pronuncio dentro di me in rapida successione. L'ultimo lo riservo per lui, Freddie.

Poi accade.
Così, semplicemente.
Arriva Brian, dal corridoio alla nostra destra e l'istinto comune ci guida verso un corale “Hi” a cui lui risponde con entusiasmo. Si mette di fronte a noi, quasi a volerci offrire la propria immagine su riflettere e comprendere. È Brian May, il chitarrista dei Queen! E' proprio qui, per noi e ci tende la mano. Ci saluta e a ognuno chiede il nome e la zona di provenienza. Si stupisce per i chilometri fatti, elogia il nostro paese, annuisce quando gli spieghiamo di essere felici di questa opportunità e tutto in lui trasmette un senso di normale umanità che mi colpisce profondamente. Non c'è alcuna barriera tra di noi. Quello che abbiamo di fronte non è la leggenda del rock, l'autore di canzoni o lo scienziato. È una persona che ha scelto di essere se stessa, di non interpretare alcun ruolo. Brian è contento di conoscerci e quasi si scusa per non poterci dedicare molto tempo e ironizza sul clima, così simile oggi a quello della sua Inghilterra.
Questo non è il momento dei complimenti, delle dichiarazioni d'amore o delle domande, ma l'occasione di incontrarsi tra persone, con ammirazione e gioia. Soprattutto con semplicità, con un candore che Brian emana dalla sua stessa pelle. Lo guardo non come un estraneo, ma come una persona che conosco da tutta la vita. Mi solletica l'idea di credere che oggi tocchi a lui sapere chi sono, dopo trent'anni passati a studiare la sua musica, le sue mille attività, ogni parola pronunciata. È l'adolescente che è in me che mi fa dire “Mio Dio, ho Brian May qui accanto a me!”. Lui sorride, china il capo verso di me, quasi con timidezza e annuisce, un gesto che lo rende immenso e vero.

Nei pochi minuti a disposizione, tutti abbiamo la possibilità di fare una foto con lui. A condurre le operazioni è uno dei suoi assistenti, che a turno usa i nostri telefoni. Abbracci, sorrisi e strette di mano diventano informazioni digitali indelebili, mentre i ringraziamenti segnano quella che crediamo sia la fine dell'incontro. Invece Brian ci ferma, restate qui dice, adesso arriverà Kerry. Bastano pochi istanti infatti ed eccola davanti a noi, già pronta con lo splendido abito rosso con cui a breve aprirà il concerto. La risata di Kerry è contagiosa, salta dalle sue labbra alle nostre e la cosa che ripete più spesso è: “siete emozionati?”.
Anche con lei si ripete il rituale dei nomi e delle zone di provenienza, così come le foto personali. La osservo e capisco ancora di più il senso della sua amicizia e collaborazione con Brian. Kerry è una ragazza elegante eppure semplice, straordinariamente solare, forse addirittura incredula di vivere momenti come questi assieme ai fans. Il clima è disteso, non c'è confusione e quindi ho tutto il tempo di vivere l'emozione, di capire che sono davvero con loro. È il bello di un incontro non casuale, ma voluto dallo stesso Brian e a cui Kerry ha scelto di voler essere presente. È tutto perfetto e, me lo ripeto ancora una volta, autentico.

È bello poter scambiare qualche parola con Brian e Kerry, ma anche fare un passo indietro e riflettere su quanto sta accadendo. Guardo Brian e penso a quanta vita ha sulle spalle, quanta musica, a tutti i concerti, alle gioie e ai dolori che ne hanno caratterizzato l'esistenza. Soprattutto penso a come assieme ai Queen ha attraversato la mia vita, inconsapevole dell'importanza e del valore che attribuisco alla loro musica. C'è anche il tempo di chiedermi come ci sono arrivato fin qui, se sia stata una questione di mera fortuna o di meriti conquistati in qualche modo “sul campo”, qualunque cosa questo voglia dire. Mi rivedo quando nel 2007 muovevo i miei primi passi nel mondo della rete, prima come semplice utente, poi come co-amministratore e infine da blogger solitario, per provare a raccontare la mia passione in un modo diverso, più personale. E, inevitabilmente, mi scorrono davanti agli occhi anche i momenti difficili che pure non sono mancati, assieme alle tante soddisfazioni. Forse essere qui, al cospetto di Brian May, è davvero qualcosa di meritato, il risultato ultimo della costanza, della passione e dell'onestà che ho messo nel seguire i Queen, senza dimenticare che nella vita occorre essere anche molto fortunati e io certamente oggi lo sono, in una misura talmente grande da non saper trovare le parole giuste per darne la misura.

Gli ultimi momenti dell'incontro sono dedicati alla firma di qualche autografo. Prima di partire per Roma ho preso con me il booklet di Queen Forever: mi è sembrata la scelta più logica, l'ideale chiusura di un cerchio iniziato tanti anni fa. Mentre Brian lo firma gli ricordo il mio nome e dico “I'm Andrea, from Queen Forever Blog”. Lui si ferma un attimo, ci pensa su e poi risponde: “Oh, yes....Queen Forever Blog....I know, I know”. Così adesso ho anche il nome di Brian accanto al mio, vergati di rosso su una copertina che rappresenta in qualche modo il modo di essere un fan appassionato, felice di essere qui con un cuore che per una volta torna ad essere quello di un adolescente innamorato di una rock band.
Infine, quando Brian ci saluta (nel frattempo Kerry si è allontanata per dedicarsi ad altri ospiti) scusandosi perché “adesso devo andare a lavorare”. Lo guardo mentre se ne va e ho l'impressione che sia consapevole del regalo straordinario che ci ha concesso. E' il privilegio dei grandi artisti: donare felicità agli altri. E confidare nella riconoscenza per tutto quello che hanno fatto in una vita intera.

A noi non resta che ripercorrere i corridoi che conducono nell'atrio esterno. Cammino leggero adesso, scambio qualche parola con chi mi sta accanto e ringrazio chi ci ha scortato fino a qui.
Appena fuori, raggiungo la sala Santa Cecilia e cerco qualche volto conosciuto. Invio dei messaggi allegando la mia foto con Brian, per non perderla anzitutto, ma sopratutto per iniziare a crederci davvero. Chi la riceve mi risponde con entusiasmo e anche questa è una prova che sono fuori da un sogno. Gli amici mi guardano increduli, mi fanno domande, ma ciò che rispondo loro non riesco più a ricordarlo.
L'emozione è ancora tanta e il bisogno di fermarmi a riflettere su quanto accaduto è qualcosa che so di poter elaborare solo nei prossimi giorni. Adesso c'è davvero poco tempo, appena una manciata di minuti per scattare qualche foto con amici ritrovati e altri finalmente conosciuti di persona. Poi le luci in sala si spengono. Sul palco arrivano Brian e Kerry. Si fermano per ricevere l'applauso fragoroso che infiamma la sala. In ottava fila ci sono io. Batto le mani e sorrido, le braccia tese verso di loro. Ho ancora bisogno di rivolgergli un grazie, perché adesso ho un ricordo nel cuore e mille sensazioni destinate a restare qui con me, per sempre.

Mi siedo, inizia la musica. Ho solo dieci anni e nello stereo ci sono una voce e degli strumenti. Si chiamano Queen. Sono loro la mia band preferita e non vedo l'ora di dirlo a tutto il mondo.

Andrea Martina