Al di là del tempo e dello spazio (Live Aid 1985)

Provate ad immaginare una distesa infinita di alberi, talmente fitti che ad osservarli dall'alto di una collina è impossibile distinguerne i contorni. Il vento che ne agita le fronde sembra disegnare sulla loro superficie infinite ondate di marea, simili all'incessante respiro della terra stessa. Solo che quelli che ho di fronte a me in questo momento non sono alberi ma persone, tutte stipate nello stadio di Wembley già da diverse ore. Li osservo stando nascosto nel backstage. Qualcuno ha avuto la compiacenza di aprire un varco nelle pesanti tende che delimitano l'accesso al palco e da lì posso guardare furtivamente ciò che accade tra il pubblico. Prima di me anche altri hanno fatto la stessa cosa e l'espressione che ho visto dipinta sui loro volti mi ha spinto a infilare la testa nello strappo ricavato da una cucitura. L'impatto con quella visione mi ha ricordato certi tuffi fatti dal trampolino e la sensazione che ti dà l'acqua gelata quando il petto ne colpisce la superficie. Tutto accade in una frazione di secondo: l'acqua sembra dura come il ferro prima di accoglierti con un abbraccio gelato che ti strappa il fiato dal petto. Mentre osservo la gente che si agita, che salta e batte le mani per ingannare l'attesa, sento formarsi dentro di me un piccolo nodo di panico, quasi che il palco abbia all'improvviso cambiato forma davanti ai miei occhi per trasformarsi in un trampolino troppo alto da affrontare. Poi mi sforzo di respirare e mentre il pubblico è attraversato da onde non disegnate dal vento ma dall'eccitazione per lo spettacolo, ritorno nell'angolo buio che mi ha accolto finora e la cacofonia di urla e canti si smorza quanto basta per consentirmi di recuperare il controllo.


Alle mie spalle Brian, Roger e Freddie stanno parlando con un tecnico del suono, un uomo corpulento, con la pelata sudata e un paio di cuffie enormi che gli avvolgono il collo simile ad un boa pronto a serrare una presa mortale. Come sempre lascio a loro l'incombenza di definire gli ultimi dettagli tecnici prima di salire sul palco. Tra poco sarà il nostro turno e il Live Aid diventerà parte della nostra storia. Non sono mai stato un tipo nostalgico e ogni volta che imbraccio il mio basso penso che, dopotutto, si tratta solo di suonare un po' di buona musica e di far divertire la gente. Ma oggi qualcosa è diverso, una sottile corrente elettrica scorre nelle mie mani e mi rende agitato. So che è così anche per gli altri ragazzi, ma io non dovrò fare altro che stare nel mio angolo vicino alla batteria di Roger. Lo spettacolo dovranno farlo loro, soprattutto Freddie. Talvolta mi chiedo come ci riesca a sopportare tutta quella pressione. Ma stamattina si è presentato allo stadio con quella luce particolare negli occhi che ho imparato a riconoscere in così tanti anni e so che anche stavolta andrà tutto bene, forse anche meglio del solito. Là fuori non c'è il nostro palco, non ci sono le nostre luci e il nostro solito staff. Siamo circondati da estranei e qualche manciata di amici, ma sono tutti troppo concentrati sulle rispettive esibizioni e così alla fine ognuno è rimasto sulle sue, ciascuno perso nei propri pensieri. E dire che fino a poche settimane fa ero convinto che oggi 13 luglio 1985 mi sarei goduto il sole in qualche spiaggia tropicale, o magari mi sarei fatto scivolare lungo il crinale di qualche montagna in Svizzera. E invece è arrivata la telefonata di Bob Geldof e le sue parole hanno cambiato tutto. I Queen tornano in scena ragazzi, ci ha annunciato Jim Beach ancora prima di sapere esattamente cosa sarebbe stato questo concerto. Ma l'occasione naturalmente era troppo ghiotta. Nessuno lo ha detto chiaramente, ma questa poteva anche essere la soluzione per recuperare dall'errore sudafricano. Brian ne porta ancora i segni addosso, con quell'intervento disperato di fronte ai giornalisti per spiegare le nostre ragioni. Fottuto business, ecco la parola magica che non abbiamo osato pronunciare. Sarebbe stato più facile ammetterlo e invece eccoci qui e nemmeno riesco a capire perché Bob abbia pensato proprio a noi. Ma in fondo il business non manca nemmeno al Live Aid e i Queen sono pur sempre una grande attrazione.

Prima di dare il nostro definitivo assenso alla partecipazione allo show ci siamo chiusi in una stanza, con Jim seduto su un tavolo a far dondolare le gambe come uno scolaro impaziente. Roger si è acceso una sigaretta e me ne ha passata un'altra, mentre Brian passeggiava lungo la parete scuotendo la testa. Il più calmo di tutti, come sempre, era Freddie che ci fissava con quel suo sorriso da “fidatevi di me, è la cosa giusta”. Ci sono voluti dieci minuti per decidere che si, in effetti, suonare in una cosa come il Live Aid poteva avere un senso per noi. Venti minuti sul palco e via, una cosa senza troppi rischi e alla fine ce ne saremmo tornati a casa coi nostri nomi incisi in un evento benefico comunque destinato a restare nella storia. Solo a parlarne ci sentivamo orgogliosi di essere inglesi e felici di poter suonare senza dover pensare per forza ai contratti, agli sponsor e a alle fottute scalette da proporre ogni sera. In un certo senso sarebbe stato come ai vecchi tempi, quando consumavamo le ruote del nostro furgone per le campagne della Cornovaglia, Brian con le gambe sempre troppo lunghe per starci seduto comodamente e io e Freddie che non ci raccapezzavamo su dove potesse trovarsi quel maledetto pub scovato chissà come da Roger per tirare su qualche sterlina. Con il Live Aid di soldi ne avremmo visti ancora meno, ma solo perché la gloria non ha prezzo. Era questa l'idea espressa da Freddie in quei dieci minuti e fummo tutti d'accordo con lui.

Nei giorni successivi abbiamo scelto le canzoni da suonare e il non doverci preoccupare dello spettacolo ci ha resi più sereni del solito. Le tensioni di questi ultimi due anni sembrano svanite e anche la mia voglia di scappare dai Queen è diventata un bisbiglio sommesso. Va tutto bene e non vediamo l'ora di dare il nostro contributo. Poi arriva il giorno del concerto e quelle sicurezze si sgretolano e diventano macerie troppo pesanti da portare sulle spalle. Non avere a disposizione il nostro palco mi sembra improvvisamente inaccettabile, quasi fosse un bozzo sicuro in cui le onde disegnate dal pubblico non possono raggiungerci. Anche esibirci di giorno mi sembra un errore, forse perché sul palco non ci saranno zone d'ombra in cui rifugiarmi mentre Freddie fa il suo show e il pubblico non ha tempo di pensare a me. Alla fine mi dico che sono solamente venti minuti e che se penso alla musica il resto verrà da sé e tutto fluirà semplice e leggero come mille altre volte in passato. Questo è il Live Aid e la musica sta per scrivere una storia che nessuno potrà mai dimenticare. Né è convinto Bob Geldof e lo siamo anche noi.

I minuti che ci separano dall'esibizione passano in fretta e mentre ci avviciniamo al nostro momento, la tensione che ci circonda sale. Tutti i tecnici si animano all'improvviso e ci ronzano attorno per controllare che gli strumenti siano in perfetto ordine. Io e Brian imbracciamo basso e chitarra e proviamo le accordature. Roger beve un sorso di birra dal suo bicchiere di carta e Freddie saltella prima su un piede, poi sull'altro e fa schioccare le ossa delle schiena. Mi avvicino agli altri e sebbene il backstage ricordi certi mercati affollati e in preda alla confusione, mi rendo conto che essere assieme ci rende qualcosa di diverso ed unico. I Queen sono sempre stati qualcosa di più della semplice sommatoria di quattro elementi. Spesso penso a quanto siamo diversi, a come i nostri caratteri siano destinati a collidere l'uno contro l'altro. Il fatto di riuscire ad essere un gruppo così unito, soprattutto durante le avversità, ha un ché di miracolo che mi fa sorridere tutte le volte, nonostante al contempo mi spaventi l'idea che la mia vita sia legata a doppio filo a tutto questo. Ma non c'è più tempo e veniamo rapidamente sospinti verso l'ingresso al palco. I primi a salire saremo io, Roger e Brian, mentre Freddie farà la sua piccola entrata trionfale. Oggi non ci saranno fumo ed effetti speciali, ma basterà lui mentre agita il microfono al cielo per scaldare la folla. Poco fa ho osservato quell'oceano di persone, ma entro pochi secondi ne vengo colpito allo stomaco con una forza dirompente. L'urlo della gente fa vibrare lo stadio, che pare sollevarsi, simile ad un disco volante pronto a schizzare verso le stelle. Ma la musica, la nostra musica ci riporta subito alla realtà, fatta di magia e note e il tempo si ferma, lo spazio si contrae e non mi chiamo più John Deacon, non sono più quel ragazzo timido appassionato di elettronica che entra a capo chino all'Imperial College per sostenere un'audizione per una nuova band. E non sono nemmeno l'uomo che tante volte sarebbe voluto fuggire dal successo e a stento ha trattenuto la rabbia quando era costretto ad assistere ai litigi dei suoi compagni di viaggio. Oggi sono un membro dei Queen e qui, su questo palco stiamo suonando per la gente e per la storia.

Osservo Freddie dominare la folla e mi rendo conto che sono tutti ai suoi ordini. Potrebbe scatenare una rivolta, potrebbe proclamarsi loro Dio e tutti lo seguirebbero. Quello che abbiamo di fronte non è il nostro pubblico, eppure adesso sono tutti nostri fans, come se il resto degli artisti fosse stato spazzato via. È una sensazione esaltante, simile al magnetismo che puoi sentire quando stai troppo vicino agli enormi amplificatori che usiamo in tour. È un'energia galvanica che ti passa attraverso le ossa e ti entra nel profondo, quasi voglia ricombinarti il dna stesso per renderti più forte. Ogni tanto guardo Roger e sento che il feeling con lui è perfetto. Suoniamo all'unisono, sottolineando ciascuno le note dell'altro, in un continuo scambio di potenza e precisione. E intanto Brian infiamma la folla con i suoi assoli e quel sounf che ci ha resi così unici. Essere nei Queen è stupendo, ancora una volta, e nonostante in questi pochi minuti non ci sia spazio per riflettere su quanto ci sta accadendo, scorgo nei sorrisi della gente la certezza che da oggi siamo leggenda. Magari un giorno la nostra storia finirà o forse uno di noi deciderà che non ne può più e lascerà gli altri andare avanti per la loro strada. Ma qualunque cosa faremo, questa giornata non potrà dimenticarla nessuno, perché noi siamo i Queen e il pubblico di questo stadio e di tutti gli stadi del mondo canterà le nostre canzoni e, alla fine, tornerà a casa con la stessa felicità che anche noi quattro avremo nel cuore.

(NOTA: il racconto che avete appena letto, pur essendo basato sui fatti accaduti a Wembley il 13 Luglio del 1985 è un'opera di fantasia e John Deacon ha “parlato” attraverso l'ispirazione che mi ha guidato nella scrittura. Non c'è quindi una diretta attinenza con la storia dei Queen al Live Aid, anche se mi piace pensare che John prima di salire su quel palco sia stato davvero animato da quel misto di paure e forza tipico del suo carattere schivo e del suo essere il bassista della più grande band di tutti i tempi, nda.)


@Last_Horizon