Queen: la recensione di Innuendo

Secondo alcuni sciamani esisterebbero delle particolari note in grado di alterare la struttura stessa della materia. Si dice, ad esempio, che le immense piramidi egizie siano state realizzate proprio sfruttando questa particolare tecnica e che gli stregoni sudamericani utilizzassero la musica per produrre stati di coscienza alterata. Oggi, in un modo molto più prosaico e terreno, la musica è impiegata come vera e propria terapia, capace di lenire il dolore e aiutare un paziente nel suo percorso di guarigione. Non so se tutto questo sia vero e se l'umanità abbia davvero smarrito una conoscenza sapienziale della musica. Ciò che so è che Innuendo mi si è dipinto addosso, come un tatuaggio dell'anima, i cui segni non procurano dolore ma solo un immenso piacere. Nel 1991 dei Queen sapevo ancora ben poco. Dopo The Miracle, Live Killer e A Night At The Opera ero ancora in una fase di “costruzione” della mia passione, quasi che dopo l'improvviso innamoramento avessi ancora bisogno della prova definitiva che quella fosse davvero la musica giusta per me. Ricordo che il pomeriggio del 4 febbraio di quell'anno ero in camera mia, la stessa da cui vi scrivo oggi, impegnato a studiare qualche lezione per il giorno dopo.



La radio era un meraviglioso sottofondo, buono per concedermi qualche distrazione a buon mercato e utile ad apprendere la notizia che aspettavo ormai da tempo. Il nuovo singolo dei Queen era una presenza costante in tutte le classifiche e Innuendo faceva presagire un disco incredibile. Fino a quel momento le voci di un rinvio dovuto alla necessità di aggiungere nuove canzoni avevano caratterizzato l'attesa ed eravamo in tanti ad aspettarci addirittura un album doppio. Non sapevo bene quando sarebbe arrivato nei negozi e il titolare del “Discobolo”, il mio rivenditore di fiducia dell'epoca, aveva ormai preso l'abitudine di accogliere le mie frequenti sortite con un sopracciglio alzato, uno sbuffo di finta insofferenza e un plateale movimento della testa. Tra noi le parole non erano davvero necessarie: lui sapeva cosa volevo e qualche volta ho pensato che se avessi azzardato una domanda su un qualsiasi disco che non fosse dei Queen, lo avrei visto stramazzare sul pavimento. Così alla fine era la radio la mia unica fonte, l'ancora a cui aggrapparmi per conoscere finalmente la data di uscita del nuovo album dei Queen.


L'annuncio arrivò all'improvviso, perché il bello di un temporale non è mai la pioggia che cade a dirotto inondando le strade, ma quel primo tuono che squarcia il cielo, carico di meravigliosi presagi. Purtroppo non ricordo esattamente su quale emittente fossi sintonizzato ma, dopo aver passato per l'ennesima volta Innuendo, lo speaker di turno annunciò che “l'omonimo album era da oggi in tutti i negozi”. C'è da non crederci ma la mia reazione fu piuttosto composta: scattai dalla sedia come una mallo e, saltellando di qua e di là andai a sbattere con la testa contro uno spigolo. Ve lo giuro, è andata proprio così e forse sono vivo per miracolo. E forse fu quella botta a farmi prendere una decisione davvero matura: dovevo prima finire i compiti! Non era da me una scelta del genere, ma credo di aver voluto inconsciamente chiudere in un cassetto gli inevitabili sensi di colpa che altrimenti avrebbero accompagnato l'acquisto del disco. Volevo, insomma, che ad Innuendo fossero legate solo belle sensazioni. Inutile dire che conclusi tutto nel giro di una mezz'ora e, che ci crediate o no, non sbagliai un colpo in nessuna materia. Quando voglio so essere un fulmine di precisione. Dopodiché ricordo la corsa verso il negozio, che si trovava in pieno centro e quindi ad almeno venti minuti da casa. Il titolare del Discobolo mi accolse, ovviamente, col solito sopracciglio e l'altrettanto consueto sbuffo che però in quel caso fu accompagnato dallo sventolio della busta rettangolare con dentro il 33 giri. Ricordo ancora il prezzo: quindicimila lire. E rammento altrettanto bene il percorso di ritorno. Ad un certo punto mi imbattei (mai successo prima) con la mia insegnante di lettere, dalle cui domande riuscii a sfuggire bofonchiando strane dichiarazioni d'amore per quattro uomini. Poi nella mia mente c'è un salto temporale che mi fa ritrovare nel soggiorno di casa, col disco che gira sul piatto e il mio sguardo affondato nelle note di copertina, un rituale che mi porto dietro ancora oggi.

Innuendo meritava tutta quella frenesia, l'incanto dell'attesa e la speranza di avere tra le mani il migliori album dei Queen? La risposta fu si già al primo ascolto e lo è anche oggi dopo migliaia di passaggi sul giradisco, poi diventato lettore cd e infine ipod. Sulla titletrack credo ci sia davvero poco da dire, perché qualsiasi discorso non riuscirà mai a definirla fino in fondo. Per certi versi considero Innuendo anche superiore a Bohemian Rhapsody, forse perché quest'ultima è soprattutto l'espressione del genio di Freddie Mercury, mentre Innuendo ha in sé una coralità e un senso di unità che corrisponde alla mia visione del gruppo. I'm Going Slaghtly Mad riesce ad essere folle ed elegante allo stesso tempo, un connubio che in musica si vede sempre di rado. Freddie era una persona fatta di contrasti e questo pezzo più di ogni altro riesce a descriverlo perfettamente, pur essendo leggero al limite del disimpegno. Eppure in quelle frasi tirate fuori di getto si intravede un significato, un senso di disagio e di rivalsa nei confronti della vita e delle sue condizioni dell'epoca mi hanno sempre colpito. Di Headlong amo soprattutto il video nel quale i Queen si limitano a suonare, con Freddie che fa il frontman, ovvero il suo mestiere. Sono le immagini che preferisco, perché vedere i Queen che suonano, anche se in playback, è sempre emozionante. Il video di Headlong lo vidi per la prima volta in tv una domenica durante Superclassifica show (ve lo ricordate?) e “utilizzai” le immagini di un Freddie così dinamico per convincere me stesso che le notizie sulla sua salute non fossero così attendibili. Ovviamente mi sbagliavo, ma quando sei un adolescente l'idea che il tuo idolo possa morire non riesci proprio a contemplarla e ogni via di fuga è buona per non crederci.


Don't Try So Hard è probabilmente una delle canzoni dei Queen che amo di più. Per un certo periodo si è detto che potesse essere una composizione di John, ma mi sembra evidente che il testo sia frutto di Freddie. Ho sempre avuto qualche difficoltà a interpretarne il testo, forse perché somiglia ad una sorta di resa di fronte alla vita entrata nella fase in cui smette di donare e inizia a pretendere la restituzione di ciò che ti ha dato fino a quel momento. Forse sbaglio e si tratta solo di uno sfogo poetico, di una costruzione mentale creata per combaciare con quella musica così meravigliosa. Suppongo che i dubbi resteranno, ma la grandezza di questa canzone è destinata a durare. Ride The Wild Wind l'ho sempre vista come l'ideale continuazione di I'm In Love With My Car. Come sono banale, vero? Però col pezzo del 1975 ha poco a che spartire e l'atmosfera rarefatta che la contraddistingue la rende una delle cose più originali mai fatte dai Queen, sebbene a distanza di anni la pubblicazione della versione cantata da Roger Taylor mi ha convinto a puntare i miei favori su quest'ultima. Lo stesso vale per I Can't Live With You, straordinaria nella versione re-take incisa per la raccolta Rocks, meno efficace in quella originale del 1991. Ha origini più antiche, invece, All God's People, composta da Freddie e Mike Moran per Barcelona (e infatti il grande autore e pianista compare nei relativi credits) e che, pur essendo stata concepita come duetto con Montserrat Caballé, non soffre per l'assenza della cantante. Il merito è tutto dei Queen che con questo brano hanno realizzato l'ennesimo esperimento gospel, una sottotraccia musicale iniziata ovviamente con Somebody To Love, proseguita con The Golden Boy e, infine, perfezionata con appunto All God's People e Let Me Live. È sempre emozionante rilevare come nella storia musicale di un gruppo ci siano dei temi ricorrenti, quasi che si trattasse di racconti il cui significato va scoperto e interpretato.

A proposito di significati: quali sono le parole giuste per descrivere These Are The Days Of Our Lives? Divenuta una sorta di testamento, in realtà fu scritta da Roger Taylor, con i primi abbozzi di testo composti addirittura in aeroporto. Roger era in attesa del suo volo e nel frattempo guardava i figli giocare, rincorrendosi tra le gambe degli altri viaggiatori. E in quel momento deve essergli scattato qualche strano meccanismo dell'anima, uno di quei meravigliosi “click” che ti mettono direttamente in contatto col senso della vita e ti fanno raccontare in rima la storia che ti ha portato ad essere un uomo prima ancora che un musicista. Eppure di Days Of Our Live la versione più struggente è quella senza Freddie, cantata dallo stesso Roger durante le esibizioni post 1991. Provate a guardare quella fatta per Return Of The Champions e capirete di cosa parlo. Meno emozionato è invece il mio commento su Delilah, divertente ma onestamente evitabile. Mi sento un po' in colpa nel dirlo perché si tratta di un dolcissimo omaggio di Freddie ai suoi amati gatti, ma mi conforta sapere che anche Roger e Brian la pensano come me. Saranno d'accordo con me anche quando dico che The Hitman è una delle canzoni hard-rock più belle che i Queen abbiano mai inciso, per nulla inferiore ad I Want It All, anche se la mancanza di una pubblicazione su '45 giri ne ha impedito il successo che avrebbe meritato. È potente ed esplosiva in tutto, ti trascina verso luoghi della mente in cui coraggio, forza e determinazione sono le parole d'ordine e l'assolo finale di Brian May ha l'unico difetto di essere sfumato invece di durare una ventina di minuti almeno per far godere orecchie e cuore.

“Tu ed io siamo destinati, sarai d'accordo con me, a passare il resto della nostra vita assieme”. Può sembrare una frase stucchevole, di quelle che gli innamorati pronunciano a San Valentino, ma cantata da Freddie Mercury in Bijou acquista la valenza di una dichiarazione d'intenti che non ammette smentite, dolce e forte allo stesso tempo. Pur essendo un brano dal tocco delicato, ha un cuore di tigre perché a cantare di un amore che dura per sempre quando sai di avere, letteralmente, i giorni contati, ci vuole un coraggio straordinario. Brian May ha definito l'amico “cantante di canzoni, amante della vita”. Credo che Bijou rispecchi fedelmente questa visione. Il resto sono solo lacrime di commozione per averla ascoltata dal vivo nel 2008, un altro di quei regali in musica che solo i Queen sono stati capaci di regalarmi. E infine c'è The Show Must Go On. Su questa canzone ho scritto una sorta di racconto tempo fa (lo trovate nel QUI) nel quale ho immaginato la difficoltà di Brian nel proporre un testo così forte e personale a un Freddie Mercury ormai consapevole della propria condizione. È una canzone strana, perché se da un lato messa proprio alla fine del disco voleva essere davvero una dichiarazione d'intenti rivolta, suppongo, ai fans oltre che a se stessi, ha in qualche modo condizionato la vita dei Queen dopo il 1991, costretti a “rispettare” la scelta che si erano dati.

E, ovviamente, il paradosso più grande sta in tutti coloro che, pur sapendo dal 1991 che lo spettacolo deve andare avanti, oggi si stupiscono che i Queen esistono ancora. Concludo con un'ultima nota sul fattore estetico, per me sempre molto importante: Innuendo è il 33 giri dei Queen più bello e curato, non solo nel disco principale ma anche in tutti i singoli estratti e nei relativi video. Nella mia piccola collezione possiedo, oltre al vinile, l'edizione cd che raccoglie in un box il disco e un calendario. I 45 giri poi esplorano e ampliano la grafica utilizzata nel disco e nel loro insieme costituiscono forse il prodotto più bello mai realizzato dalla Queen Production e dalla Emi. Dal punto di vista sonoro poi non si può davvero non spendere due parole per il grande David Richards, il mio produttore preferito già in tempi non sospetti (oggi sarebbe troppo facile incensarlo). Grazie a lui i Queen hanno raggiunto una maturità compositiva e un'eleganza di esecuzione che sarebbe potuta durare almeno un decennio e che solo il fato ha voluto si interrompesse nel giro di una manciata di canzoni. Una perdita incolmabile che, come tutti i grandi artisti, ci ha comunque lasciato un'opera sublime.