Queen: la recensione di The Works

Non ricordo esattamente quando The Works è arrivato nella mia collezione, ma doveva essere Natale perché rammento di averlo trovato avvolto in una carta regalo colorata, di quelle che ti fanno presagire le emozioni che si celano al suo interno. Non so voi, ma io preferisco ascoltare la musica in pieno inverno, quando il calore delle note sembra spandersi attorno come cerchi concentrici che, rimbalzando sulle pareti, disegnato tutt'attorno un caleidoscopio di vibrazioni che ti spingono di qua e di là, in mille voli di fantasia. Perché la musica fa sognare, sapete? E io i primi sogni su questo album li avevo fatti prima ancora di possederlo. Quando sei adolescente a cavalli tra gli anni '80 e '90 è la radio il faro che ti guida nel mondo della musica e così, dopo essermi faticosamente conquistato il diritto di spendere un po' di lire in vecchi 33 giri, mi affidavo a quella scatola di plastica per continuare a conoscere e scoprire tutto quello che c'era da sapere sui Queen. Oggi è molto più semplice. Internet ha reso tutti esperti e la rapidità nel reperire informazioni ha di fatto azzerato l'ignoranza su molte cose. Personalmente continuo a preferire quel certo non so che di romantico che sta in cose pionieristiche com'era, all'epoca, il tentativo di conoscere il tuo gruppo preferito senza l'ausilio di wikipedia.

Radio Ga Ga non solo apre The Works ma è anche una delle prime canzoni dei Queen che ho imparato ad amare attraverso la radio. Risentirla in vinile fu come ascoltarla per la prima volta, con la strana sensazione di avere anche fare, di nuovo, con una band mai sentita prima. Con i Queen va così tutte le volte. Compri un disco, ti convinci di averli capiti. Poi ne metti un altro sul giradischi e ti ritrovi catapultato in una realtà sonora completamente diversa. Ma questo è ciò che ci rende dei fans felici. Siamo come dei turisti che amano svegliarsi tutte le mattine in una città diversa e ciò che ci conquista sono proprio le enormi differenze climatiche. Radio Ga Ga è un pezzo strano, perché pur essendo stato scritto da Roger Taylor, non ha una batteria vera ma la tipica drum machine in voga negli anni '80. Per me che sono un rogeriano convinto pareva un delitto esecrabile. Sta di fatto che la scelta funzionava talmente bene da risultare godibile anche oggi. Del resto si tratta di un brano costruito per durare, con quelle sue armonie così accattivanti e quel ritornello che ti entra in testa. Un sacco di gente perde del tempo a ricercare presunti messaggi subliminali nei dischi. Io dico che il vero mistero sta nella capacità di incidere suoni che ti entrano dentro per non uscirne mai più. Radio Ga Ga ne è uno splendido esempio: ascoltala una volta e sarà per sempre con te.

Premessa: considero Brian May il miglior autore dei quattro Queen. Rispetto ai suoi compagni di avventura è quello che è riuscito più di tutti a spaziare tra mille generi diversi e ha mantenuto una qualità compositiva altissima, anche quando all'interno della band esistevano tensioni e difficoltà che alla lunga condizionano sempre la penna. The Works è nato in un contesto umano difficilissimo e il triennio 84/85/86 non fu affatto facile, complice anche un'evoluzione del mondo musicale cui era difficile star dietro. Forse è per questo che Tear It Up, pur essendo un brano potente, ha qualcosa in sé che non mi ha mai convinto del tutto. È come se le mancasse qualcosa e Freddie provasse a metterci una pezza cantando anche quelle strofe poco riuscite.

Molto spesso si è detto che gli anni '80 siano stati i peggiori per Freddie dal punto di vista compositivo. Io stesso non ho potuto fare a meno di sottolineare un certo scadimento, sia in termini qualitativi che quantitativi. Tuttavia It's A Hard Life e Man On The Prowl sono due gioielli di cui si parla davvero troppo poco. Il primo è un brano senza tempo, con un testo magnifico (“In amore si vince o si perde, è una possibilità che devi accettare con amore”...ah quante volte questa frase mi ha salvato da notti di pianti!), che ha l'enorme pregio di non essere infarcito di sintetizzatori com'era costume fare in quel periodo. La seconda la considero anche superiore a Crazy Little Thing Called Love, di cui è una sorta di seconda parte sul solco di quelle sperimentazioni alla Elvis così tanto care a Freddie. Man On The Prowl ha due qualità che me la fanno amare: i cori anni Cinquanta e il pianoforte, con quel famoso taglio finale dovuto al nastro che si esaurisce prima della conclusione della registrazione. Fatto da un qualsiasi altri musicista sarebbe passato per un sintomo di imperizia. Con i Queen diventa una chicca che finisce subito negli annali della storia della musica.

E veniamo al vero capolavoro di The Works. Ebbene si, considero Machines un masterpiece, come dicono quelli bravi. Ma io sono solamente un fan appassionato e quindi dico le cose come stanno. Si tratta di una grandissima canzone, geniale in tutto. Il tema è affascinante come pochi e non venitemi a dire che lo scontro uomo/macchine non lo è altrimenti vi tiro dietro i dvd di Matrix e di mille altri film e libri del genere. Le scelte sonore sono perfette perché il contrasto tra le drum machines e la batteria vera sottolineano ancora di più il tema alla base della canzone. Come definirlo un brano del genere? Beh, in una parola: “paraumanoidizzata”! Ma per ogni capolavoro deve esserci necessariamente anche la nota dolente, utile per far emergere ancora di più le qualità della prima. Eh si, mi riferisco proprio ad I Want To Break Free. Il problema non è la canzone, stupenda nella sua semplicità e meravigliosa dal vivo, ma l'arrangiamento terribile, al limite dell'oscenità. Ok, siamo in pieni anni '80, ci si veste male, i capelli sono di quattro colori diversi e il cattivo gusto domina le scene. Ma in questo caso i Queen sono andati oltre e forse John non andava lasciato da solo al banco mixer a giocare con suoni ed effetti. Il grande paradosso non è il successo che ha ottenuto, quanto il fatto che sia durato così tanto nel tempo. Di solito quando una canzone è così radicata nello stile contemporaneo, difficilmente riesce a superare la sfida degli anni. Ma Break Free c'è riuscita in modo sorprendente e anche questo è un merito.

Un giorno vi racconterà del rapporto tra i Queen e il cinema, che va ben oltre Highlander. Keep Passing The Open Windows doveva far parte della colonna sonora di un film inglese, New Hotel Hampshire, uno dei tanti progetti rimasti poi solo sulla carta. Il brano però, pur essendo fortemente collegato a quella pellicola (il titolo è ripreso da una frase usata spesso da uno dei protagonisti del libro da cui il film era tratto) funziona anche autonomamente e rappresenta forse il passo più evidente che avrebbe poi portato Freddie al suo Mr Bad Guy. Ma non c'è un attimo di respiro e The Works esplode sotto i colpi violenti ma bellissimi del martello di Hammer To Fall, altro capolavoro di Brian May, al quale va ascritto il merito (uno dei tanti s'intende) di riuscire a tirare fuori dalla sua Red Special dei riffs incisi direttamente nel granito. Se poi a questo si accompagna un Roger che picchia duro sulla sua batteria, l'effetto esaltante è garantito. Su questo brano però voglio offrire un consiglio: ascoltatevi un remix molto particolare, chiamato Handbanger's. È ritornato alla luce in veste ufficiale dopo anni di oblio nell'ambito delle edizioni remasters del 2011. E' nettamente superiore all'originale!

L'album si chiude con una piccola sorpresa, la ballata acustica che non ti aspetteresti su un disco di metà anni '80. Is This The World We Created è anche una delle rare incursioni dei Queen nel mondo del sociale e pur non avendo avuto la stessa durata nel tempo di altre canzoni simili come Love Of My Life e '39, costituisce sempre un tocco gentile per l'orecchio di chi la ascolta e si lascia trasportare da un suono elegante e da un'atmosfera davvero suggestiva. Pochi giorni fa Brian l'ha riscoperta assieme alla fidata Kerry Ellis in occasione di un evento benefico. Credo sia uno degli aspetti più belli dell'essere un musicista che ha prodotto così tante belle canzoni: hai sempre la possibilità di riproporre al pubblico cose rimaste un po' nell'ombra ma che, come questo pezzo, meritano di scrollarsi di dosso la polvere del tempo per tornare a risplendere.