Queen: la recensione di Hot Space

Questo è un capitolo dedicato soprattutto ai fans più giovani, ancora alle prese con la scoperta della discografia dei Queen. Non sapete quanto vi invidio! L'emozione di scoprire la loro musica album dopo album è impagabile. Confesso che a volte mi sento con la testa troppo piena di informazioni e vorrei poter resettare tutto e ricominciare da capo, partendo da quel primo nastro registrato in casa e poi, passo dopo passo, riscoprire i dischi, le canzoni, ogni singola emozione. Nel corso del tempo la percezione delle cose cambia. È il proverbiale “senno del poi” che dispiega la propria ombra e muta la visione che credevamo incrollabile. La vita è una pietra che rotola inarrestabile e fermarne la corsa è impossibile. Oppure bastano un file word e un'idea da buttarci su, costruita con le parole ma, in definitiva, racconta con l'emozione di chi continua a credere che basti mettere su un disco per tornare indietro.

Questo però è anche un pezzo adatto a chi i Queen li conosce da tanto tempo e ha “ormai” le proprie idee. L'esperienza nel mondo dei fans mi ha trasmesso numerosi insegnamenti, tra questi il fatto che cambiare idea è necessario. Non è la solita questione che chi non la cambia è stupido (e lungi da me volerlo essere). Il fatto è che la raccolta di informazioni che fa ogni fan può condurre alla radicalizzazione del proprio pensiero. Può accadere cioè che a furia di leggere sui giornali e sulle biografie che Hot Space è il peggior album dei Queen si finisca col crederci. È successo anche a me sapete? Quando ancora vagavo per le edicole in cerca delle riviste di musica e pagavo faticosamente la mia iscrizione annuale al fan club inglese, leggevo le pessime recensioni di questo disco e le facevo mie, ancora prima di comprarlo quell'album. Agli amici che mi chiedevano di raccontargli i Queen era inevitabile che gli dicessi “e poi c'è Hot Space, il grande passo falso dei Queen”. Sono convinto che tanti fans, anche tra i più esperti, continuino a portare avanti questa convinzione. Ebbene, sappiate che i pregiudizi sono solidi solo all'apparenza. In realtà sono tirati su con mattoni e malta di pessima qualità. Non ci credete? Allora mettete su Hot Space e vedrete comparire le prime crepe.

Hot Space nasce da Anothe One Bites The Dust. Il successo clamoroso e davvero inaspettato del primo pezzo funky dei Queen (ma anche questa è una stortura della stampa, perché il primo esperimento del genere risale al 1978 con Fun It), talmente inatteso che inizialmente il brano doveva essere scartato dalla tracklist definitiva di The Game, spinse il gruppo a rivalutare le loro posizioni in fatto di sonorità. Il 1980 era stato un anno particolare per i Queen, vissuto tutto sulla necessità di cambiare repentinamente rotta. C'era in Freddie e soci la consapevolezza che la fine degli anni '70 coincideva con la resa di un genere, l'hard rock con tutte le sue possibili declinazioni, a vantaggio di nuove sonorità. I Queen hanno sempre inventato le mode, ma il mercato e quindi i gusti del pubblico non potevano essere ignorati. The Game nacque da questa necessità di reinventarsi. Hot Space fu l'estrema conseguenza di questa scelta. La cosa forse più paradossale è che non solo la stampa ma anche i fans restarono sbigottiti di un cambiamento così estremo. Ancora oggi chi ascolta Hot Space per la prima volta corre a leggere le note di copertina, convinto che a suonarlo non siano i Queen originali. È un paradosso perché i Queen non hanno mai prodotto un disco uguale all'altro e spesso il salto di genere tra un disco e l'altro è stato talmente forte da rappresentare ogni volta un nuovo inizio. Spazziamo via tutto quello che abbiamo fatto finora e inventiamo i nuovi Queen. Era questo il motto della band. Meglio tenerlo a mente ogni volta che si valuta un loro disco.

Hot Space è anche stato un disco seminale, cioè uno di quegli album che hanno la capacità di inspirare talmente tanto altri artisti da guidarne le scelte musicali. Se poi a subire un influsso così determinante è un tipo che si chiama Micheal Jackson allora devi chiederti se Hot Space sia davvero un disco così pessimo. Io lo ritengo tra i migliori dell'intera produzione dei Queen e certamente superiore all'algido The Game, spartiacque fondamentale ma non riuscitissimo come molti continuano a raccontare. Hot Space è un progetto a 360° già a partire dalla copertina, disegnata da Freddie Mercury sulla scorta della propria passione per l'arte, in particolare per quella moderna di Andy Warhol (che i Queen li ha anche fotografati). La cover del disco infatti riprende uno dei temi più cari del pittore americano, la famosa Marilyrn Monroe policromatica (non sono un esperto d'arte, per cui non sottilizziamo sui termini). I quattro membri del gruppo sono rappresentati in forma stilizzata, lineare, quasi a voler trasmettere fin da subito l'idea che la scelta dei Queen è quella di eliminare gli orpelli tipici degli anni '70, le mille sovra-incisioni che ora, nel 1982, sono più un peso che non un tocco di classe.

L'album si apre all'ascoltatore in modo meraviglioso, con uno dei brani più belli scritti da Freddie, nonostante il pubblico (della critica ce ne infischiamo, vero?) non lo abbia davvero gradito fino in fondo. Staying Power è geniale e propone per la prima volta l'uso dei fiati, una scelta azzardata, estrema, capace di far storcere il naso a molti, specie a chi considera sacrilego invadere un disco dei Queen con qualcosa che alla band non appartiene. Ed è questo il solito errore che si commette: i Queen nella loro carriera hanno suonato di tutto, campanelli delle biciclette compresi. Perché vi stupite allora? Non siete forse diventati musicalmente onnivori grazie ai Queen? La poliedricità di questi quattro musicisti dovrebbe riflettersi anche nell'ascoltatore. Se non succede allora avete sbagliato band, ve lo assicuro.

Tutto il lato A (eh si cari giovani fans, una volta i dischi avevano due facce e l'unico download che potevi fare era dal giradischi al ripiano del mobile in soggiorno) è fortemente sperimentale. Brian May con Dancer lascia da parte la Red Special e chissà come deve essersi sentito pesce fuor d'acqua. Molto più a suo agio John Deacon che con Bach Chat riprende i temi funky di Bites The Dust e li ripropone in una chiave ancora più intesa e a mio giudizio perfetta. Action These Days è forse il momento più debole del disco, ma solo per colpa della scarna produzione voluta per l'album. In realtà dal vivo funziona in modo strepitoso, ascoltate uno dei live di quel tour per credere. In passato su Body Language mi sono espresso in modo assai negativo, spesso definendola come la cosa peggiore mai incisa da Freddie. Oggi ho rivisto questa posizione e il primato se lo è meritatamente conquistato Don't Try Suicide. In realtà Body Language è talmente strana e atipica da risultare realmente interessante. Se Freddie avesse preso le mosse da questo pezzo e da Staying Power per il suo Mr Bad Guy, forse oggi staremmo parlando anche di un capolavoro solista.

Giriamo il disco e immergiamoci nel lato B, forse più in linea con ciò che la gente si aspetta dai Queen. Ma anche in questo caso le sperimentazioni sonore non mancano di certo. L'intento è quello di proporre un pop nel senso più elegante del termine. Non ci sono sbavature tra i solchi, tutto è suonato in modo davvero essenziale e l'uso dei sintetizzatori è più maturo rispetto a The Game. Brian ottiene il suo momento hard rock con Put Out The Fire: il significato della canzone non è stato mai chiarito. Di certo parla dell'uso delle armi e secondo qualcuno conterrebbe dei riferimenti alla grande tragedia di quel periodo: l'omicidio di John Lennon. A quest'ultimo è dedicata la straordinaria Life Is Real. È un brano che nob ha avuto vita lunga, complice anche la poca riproposizione in chiave live. Tuttavia negli ultimi anni è tornata a splendere di una nuova luce grazie a Brian May che l'ha voluta sia nel primo tour con Adam Lambert (strepitosa la versione con la cantante russa Zemfira), e con Kerry Ellis durante il Born Free Tour.

Per Calling All Girls credo valga lo stesso discorso di Action These Days: dal vivo funziona certamente meglio, ma è forse il primo pezzo scritto da Roger che si discosta dal suo solito stile. È più articolato e frutto di una maturazione come autore che poi troverà consacrazione due anni dopo con Radio Ga Ga. Da parte sua Brian sforna Las Palabras De Amor, pensata per omaggiare il pubblico latino, da sempre affezzionatissimo ai Queen anche in tempi più recenti. Si tratta di una magnifica ballata, ennesima conferma di quanto il chitarrista sia capace di spaziare tra generi diversi. Solitamente un chitarrista ha il grande limite di saper scrivere solo canzoni adatte al proprio strumento. Brian May, al contrario, è un autore completo, per nulla schiavo della Red Special e per certi versi con una penna davvero molto simile a quella di Freddie.

Hot Space si chiude con due pezzi cui sono particolarmente legate. Cool Cat non è molto amata dai fans, e in tanti arrivano a manifestare autentico disprezzo per questa collaborazione firmata Mercury/Deacon. John si cimenta con la chitarra elettrica e offre a Freddie un tappeto musicale estremamente particolare sul quale il cantante si muove sfoderando un falsetto da antologia. Ascoltarla significa entrare in un locale dall'aria satura di fumo e, tra il rumore di bicchieri e il via vai di belle cameriere, restare improvvisamente ammaliati da qualcosa che non ti aspetti. Di Cool Cat esistono almeno due demo, entrambe con David Bowie che accompagna il pezzo con qualche vocalizzo. Nulla di più, ma la presenza del Duca Bianco merita sempre di essere segnalata.

E, a proposito di Bowie, impossibile non soffermarsi sul capolavoro. Under Pressure è la tipica canzone a cui puoi associare il concetto di “eterno” senza tema di smentita. È talmente perfetta da suonare fresca e moderna anche a trent'anni dalla sua pubblicazione. È chiara ed essenziale e le due voci così diverse si mescolano assieme in modo sublime. Il giro di basso inventato da John Deacon è scolpito nel granito e nemmeno il passare delle ere geologiche potrà intaccarne la bellezza. Confesso però, anche per dimostrare che non sono un fan convenzionale, di preferire la versione remix creata da Mike Spencer per il singolo uscito in occasione della pubblicazione del Greatest Hits III. Ascoltare per credere. Della “rah mix” proposta sempre in quella raccolta, apprezzo solo l'intro, che recupera vecchie registrazioni e conferma che gli archivi dei Queen sono pieni di straordinarie perle tutte da scoprire (un giorno....forse!).

@Last_Horizon